Signor Presidente,
desidero apprezzare l’iniziativa del collega Piffari. Il suo ordine del giorno sulle unioni dei Comuni ci invita a riflettere più in generale sul ruolo che sono andati assumendo in questi anni.
La storia d’Italia è profondamente intrecciata con quella degli altri 8000 Comuni. Le regioni hanno 40 anni. Lo Stato celebrerà i suoi 150 anni di vita l’anno prossimo. I comuni sono il punto di riferimento delle nostre straordinarie comunità, da secoli.
E il prossimo anno, a mio giudizio, il 150° anniversario dell’Unità d’Italia deve essere l’occasione per ripensare, partendo dal basso, alla nostra storia e alla nostra identità nazionale. Un’identità plurisecolare, ma percepita come fragile tuttora da molti.
E’ tanto cronica quanto noiosa l’abitudine di alcune culture politiche contestare, con un secolo di ritardo, il valore delle sue realizzazioni.
Per questo vorrei interloquire con mente aperta con il Governo impegnato in quella che appare, al momento, una missione impossibile: riformare lo Stato e attuare il federalismo fiscale.
Per talune cultura politiche sembra che le difficoltà dell’attualità siano imputabili al Risorgimento e all’Indipendenza e non agli sviluppi storici e ai problemi della modernità. Combattere per l’Italia significò anche combattere per le libertà costituzionali, per un sistema rappresentativo basato sulla cittadinanza, sull’uguaglianza di fronte alla legge, per la libertà di coscienza ed espressione, per la scuola laica e gratuita, che – appunto – solo l’unità poteva garantire.
In un tempo nel quale anche la gran parte delle élite politiche ed economiche appare rapita dalle agenzie di stampa e da Facebook sento il bisogno di richiamare un dato per esemplificare il concetto che ho appena esposto. Nel 1861 la percentuale di analfabetismo nel Regno delle due Sicilie era dell’87%, nello Stato Pontificio dell’80% e in Veneto del 75%. Ma anche in Lombardia una persona su due era analfabeta (53%).
I Comuni dall’inizio del Secolo e dopo la Seconda guerra mondiale sono stati protagonisti di crescita economica, innovazione, diffusione del benessere e della cultura internazionale. Anche l’entrata del nostro Paese nel gruppo di testa dell’Europa moderna è avvenuto con i sacrifici dei Comuni oltre che dei cittadini.
Vorrei segnalare alcuni dati che possono far riflettere sul portato di queste realizzazioni. Nel 1950 solo il 52% delle case italiane era provvisto di acqua corrente. Solo il 27% aveva il gabinetto da bagno, solo il 7% aveva il telefono. La spesa di sopravvivenza (cioè l’acquisto di generi alimentari) di una famiglia era pari al 93% del salario. L’inchiesta sulla miseria in Italia disposta dal Parlamento nel 1951/1952 rivelò che 860 mila famiglie non si cibavano mai, mai, di carne e di zucchero e attribuì la qualifica di misere a 1.370.000 famiglie.
Ripensare al nostro passato forse può aiutarci a comprendere meglio la società attuale. Compito nostro è quello di risolvere, non evocare o denunciare i problemi.
Questo decreto sugli enti locali aiuta i Sindaci a risolvere i problemi delle loro comunità?
Vorrei che il Governo si ponesse questa domanda onesta.
Oggi il problema più importante delle famiglie è quello del lavoro. Nella pur ricca e sviluppata Lombardia nel 2009 sono andati persi 100.000 posti di lavoro. Nel gennaio 2010 in Italia se ne sono bruciati 370.000.
E’ chiaro che le persone, quando incontrano queste difficoltà, si rivolgono innanzitutto al loro Sindaco. Lo fanno i giovani condannati alla precarietà, lo fa il 50enne in cassa integrazione che la sera a cena fatica ad incrociare lo sguardo dei figli colpito nella sua dignità di uomo prima che nei suoi diritti. Sottovalutare questi problemi come fa il Governo è eticamente prima che politicamente ingiusto. Essendo però un inguaribile ottimista vorrei invitare a riflettere i colleghi del PdL e della Lega. O meglio, quei colleghi che non vivono la condizione di agenzie/dipendenti, ma che hanno gambe e testa ancorate al loro territorio. E ce ne sono.
Rispetto ai bisogni delle persone come il lavoro, la casa, la scuola, la salute a problemi come la droga, l’immigrazione, la sicurezza qual è la possibilità concreta di risposta del Sindaco? Scarsa o nulla. Si dirà che la soluzione di taluni di questi problemi non dipendono dal Comune. E’ giusto. Ma è altrettanto giusto riconoscere che per questi temi il Sindaco di un Comune piccolo e medio diventa il parafulmine obbligato. Che sia di destra, del Pd, leghista o che guidi una lista civica, la realtà non cambia.
Voteremo l’ordine del giorno che chiede una gestione più realistica dell’Unione dei Comuni.
Voteremo invece contro il decreto sugli enti locali.
Speravo che il Governo diminuisse il prelievo centralizzato e la spera burocratica per avere forti poteri locali in grado di governare flussi finanziari a sostegno dello sviluppo e di un moderno welfare locale.
Non è accaduto. Resta un prelievo fiscale centralizzato e ingiusto che ha messo i Comuni ko.
Farò dono nei prossimi giorni al Ministro Calderoli di importanti scritti inediti di Carlo Cattaneo. L’Italia ha bisogno del federalismo per superare il divario, cresciuto senza il federalismo, tra Nord e Sud. Ma il federalismo non può essere oggi, quel che è stato per i giovani comunisti negli anni ’50, il comunismo: un’ingenua utopia.
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